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Cultura della colpa e della Vergogna

Mi piacerebbe tanto, e sicuramente lo farò, condividere questo documento con amici o professionisti amici e che questo portasse il loro desiderio di completarlo, di approfondirlo potrebbe risultare un lavoro davvero interessante e con sfaccettature inaspettate. Nasce quindi come una lavoro intimo ma già con una visione aperta, staremo a vedere. Ho sempre identificato la colpa con la religione e in particolare con la punizione. Ho frequentato un asilo gestito da suore dove si applicava il metodo Montessori, ricordo benissimo che un comportamento a violazione delle regole decise produceva punizione e pubblica vergogna. Normalmente erano dei castighi che tendevano a umiliare la persona di fronte agli altri o ad escluderla dal gruppo. Il ricordo vivido è che non avevano mai risultati correttivi, nonostante la noia del castigo o l’onta della vergogna creassero sofferenza, il responsabile era alquanto pronto alla recidività appena se ne presentasse l’occasione. Non credo per una predisposizione innata a delinquere, ma molto probabilmente perché non c’era un aspetto formativo nella punizione ma unicamente repressivo. Proseguendo nel percorso della vita l’esperienza delle elementari portava a una evoluzione molto più sofisticata del tema colpa e vergogna. La mia insegnante, supportata dall’insegnante di tedesco essendo provincia mistilingue, faceva leva in modo sottile sulla vergogna di fronte al gruppo di compagni e giocava molto sull’esclusione dal gruppo con frasi tipo:”Sei cattivo non ti vogliamo più con noi” ovviamente lei parlava e lei decideva il suo essere parte e portavoce del gruppo. Nelle aziende invece spesso la ricerca della colpa è spasmodica e fine a sè stessa. Come dice Nanni Moretti “le parole sono importanti”. In azienda quando c’è l’errore di solito si chiede: “chi ha sbagliato?”, “di chi è la colpa?” invece che “dove sta l’errore” o “perchè abbiamo sbagliato”. La ricerca di un colpevole esime chi la cerca quasi sempre dal trovare una soluzione, si elimina in questo maniera un ruolo scomodo e per cui spesso non esistono le competenze che è quello del formatore, demotivando il “colpevole”, minando la sua autostima e delegandolo a riconoscere il proprio errore e a correggerli auto formandosi senza indicare nessuno strumento per farlo. Dal punto di vista politico/sociale, e qui sono mie opinioni, in questi anni abbiamo vissuto degli stravolgimenti dei significati di colpa o vergogna, partendo dall’epoca del Partito Socialista di Craxi (non voglio affrontare gli aspetti di corruzione, non mi interessano in questo frangente) in cui i principi ideali venivano piegati alle esigenze di potere, stravolgendone il significato originario con “l’affermazione arrogante” cioè quella affermazione che detta, divulgata in modalità decisa e autoritaria diventa dogma e smentisce qualsiasi regola o ideale riconosciuto fino a quel momento negandone quasi l’esistenza, al Berlusconismo che volenti o nolenti ha creato una vera cultura della mancanza di vergogna e di colpa, partendo da un paio di presupposti. Il primo: ”non c’è colpa se lo fanno anche gli altri” o se dichiaro di pensare che gli altri non sono immuni dalla stessa colpa sintetizzata nella frase tipo: “Perché pensi che gli altri non facciano lo stesso?”. Il secondo : “la libertà personale non può essere lesa”, nemmeno quando una mia azione lede la libertà degli altri se chi la lede è in una posizione di potere più elevata del danneggiato. Si sono messe in discussione addirittura leggi dello Stato, dai consigli di Berlusconi a lavorare in nero a operai in cassa integrazione, all’ammissione dei politici di avere lavoratori non in regola alle proprie dipendenze senza poi subirne normali sanzioni dalla legge almeno, ed è cosa grave, ma nemmeno una vera e propria pubblica disapprovazione. In queste situazioni si possono anche percepire notevoli cambiamenti nella concezione di colpa e vergogna nell’universo femminile, con minorenni che vengono offerte dai genitori o in autonomia cercano di vendersi ai potenti e poi si dichiarano parte lesa nei processi chiedendo risarcimenti milionari, nel frattempo magari hanno anche provato o sono riuscite a intraprendere un ricatto ai danni dell’accusato. La colpa interviene anche nel campo economico: in Italia un fallimento è una colpa grave sia dal punto di vista del giudizio sociale che dal punto di vista legislativo. Se pensate che un imprenditore fallito non può più riaprire con il proprio nome azienda e magari non è fallito perché era un incapace dal punto di vista manageriale, ma  lavorava per gli enti pubblici che notoriamente pagano quando gli pare con tempi biblici. Insomma mi pare che il concetto di colpa e vergogna sia assolutamente permeante e presente nella nostra società passata, presente e lo sarà sicuramente nella futura. In più è molto attuale come cambia a seconda dei periodi nella finanza il concetto di colpa e vergogna. Per anni una persona che aveva debiti era posta al pubblico biasimo, poi di colpo il debito è diventato una virtù e l’indebitamento una normale operazione economica per far muovere il mercato, ora sul debito tornano a esserci ripensamenti definendo la nuova epoca del rigore. Insomma per tutti questi motivi ho ricercato altre persone che hanno affrontato l’argomento da vari punti di vista e letto testi che troverete in bibliografia riassumendoli, riportandoli pari pari o elaborandoli in quello che segue.

 

 

ETIMOLOGIA

 

La parola vergogna deriva dal latino vereor, che significa rispetto, timore rispettoso. La parola corrispondente in inglese è shame, si ricollega alla radice indoeuropea kam, che significa nascondere coprire. Nell’origine latina il significato pone l'accento sulla motivazione scatenante (positiva: il senso di rispetto). La radice inglese, indoeuropea invece pone l’accento sull'azione conseguente (il nascondere, velare). Come fenomeno il senso della vergogna viene descritto come: un senso improvviso e sgradevole di nudità, di sentirsi scoperti, spogliati, smascherati, il conseguente desiderio di sparire, di sprofondare. di diventare invisibili, un senso di paralisi, di blocco, un sentirsi irrigiditi, pietrificati. Spesso associato al pudore che però ha risvolti diversi con una sfumatura leggermente più tenue: esso pone l'accento sul bisogno di proteggere qualcosa di intimo che tuttavia non è necessariamente vissuto come inadeguato o sgradevole

 

UN PO’ DI STORIA E LETTERATURA

 

La società greca, rispondeva essenzialmente a due principi: la vergogna e la colpa. Gli antropologi parlano di “civiltà di vergogna” e di “civiltà di colpa”. Con “civiltà di vergogna” si indica una società regolata da modelli positivi di comportamento. La mancata adesione a questi modelli aveva come conseguenza la vergogna nel suo duplice aspetto di sanzione interna (psicologica) ovvero la perdita dell’autostima, ed esterna (sociale) consistente nel biasimo della comunità e, al limite, nell’emarginazione. Le regole di comportamento, nella società greca, erano acquisite e osservate attraverso l’interiorizzazione di quella “voce del popolo”, che, a seconda dei casi, riconosce le virtù o sanziona i comportamenti che ne derogano. La poesia, con il canto delle gesta degli eroi e il commento della voce del popolo, costituisce dunque uno strumento di formazione del cittadino greco e di identificazione con gli altri membri del gruppo. Una delle ragioni per cui nella poesia greca gli errori degli eroi vengono spesso imputati a forze esterne, ad esempio alla volontà degli dei, consiste proprio nel bisogno di conservare integro il mito e la funzione pedagogica dell’eroe. Con “civiltà di colpa”, ci si riferisce a una società regolata dalla imposizione di divieti collegati all’intervento divino. Gli Dei ritengono offensivi e non tollerano i comportamenti che, violando le regole religiose e sociali riconducibili al loro ordine, ne mettono in discussione la superiorità. La società Greca regolava “le colpe” tramite la vendetta privata. Le funzioni della vendetta erano essenzialmente tre: dare soddisfazione alla vittima, compensare il dolore che provocava nei membri del gruppo della vittima e reintegrare l’onore perduto o intaccato. Successivamente nella poesia epica ritroviamo la Legge di Dracone (VII secolo a.C.) che segna una rivoluzione profonda: l’inosservanza delle regole di comportamento vincolanti non è più sanzionata dalla vendetta, ma dall’applicazione delle pene stabilite dalla città. Nella polis, l’antica prassi della vendetta veniva via via  regolata e sottoposta al controllo pubblico. Rispetto al periodo precedente, la situazione è significativamente mutata. Lo Stato, da elemento presente, in veste di “controllore” dell’uso della forza esercitato dalla parte lesa, diventa unico titolare del diritto di usare questa forza. Nel mondo Greco non esisteva una pena come la intendiamo oggi, pur tuttavia, mi sembra interessante fermare l’attenzione sul tipo di controllo sociale allora in uso. Il mondo greco arcaico era dominato dalla paura del giudizio degli dei e della riprovazione della società, la quale trasmetteva, a sua volta, valori eroici. Questi valori, se interiorizzati, alimentavano il senso di appartenenza alla società, inibendo i comportamenti negativi o antieroici. E’ importante sottolineare l’attualità di questa considerazione. Il fatto di deviare dalle regole è spesso legato proprio al non riconoscersi nei valori proposti dalla società e recepiti come imposti e, quindi, alla pulsione di trasgredire per sfida, per affermare la propria autonomia, la propria, in un certo senso, unicità. 

Il dissidio tra autorità morale, contrapposta alla ricerca di valori individuali, rimane fortemente attivo in tutte le letterature successive, a partire da quella latina fino ad arrivare alle nostre moderne e contemporanee. Nella letteratura latina della tarda età repubblicana, per esempio, il giudizio altrui, soprattutto dei difensori del mos maiorum, t comincia a essere guardato con disprezzo. È un’età in cui i costumi si sono ormai rilassati, le donne godono di maggiore libertà e autonomia, vacillano i valori della vecchia repubblica, come virtus, pudicitia, familia. O meglio: ne vacillano le chiavi di lettura arcaiche.  Solo pochi decenni dopo, però, con il tentativo di restaurazione morale ad opera delle Leges Iuliae volute da Augusto, sembra rinnovarsi la civiltà di vergogna. Nell’Eneidedi Virgilio la tutela della tradizione e delle regole della morale è garantita da una divinità infernale e mostruosa, la Fama, personificazione orrenda delle voci e dei rumores che passano di bocca in bocca, per dilatarsi e deformarsi in calunnie. La Fama entra in azione quando la regina Didone, che in passato aveva disprezzato le richieste di matrimonio dei re vicini, cede all’amore per Enea. Virgilio rappresenta questa divinità come un animale alato, che nasconde sotto ogni penna un occhio con cui tutto spia, nonché una lingua con cui riporta quanto ha visto. Il motivo virgiliano della Fama ritorna – ripreso e adattato – in Manzoni, specialmente nel Fermo e Lucia. Privata del suo aspetto orrifico e spaventoso, la fama non è più personificazione mitologica, ma, secondo lo spirito razionalistico manzoniano, un insieme di voci e dicerie incontrollate che aumentano passando di bocca in bocca. È noto che Manzoni rivisita dal profondo la lezione dei classici alla luce del suo umorismo e del suo scetticismo, di stampo illuminista

La persistenza della civiltà di vergogna, dunque, come pure il suo conflitto con la civiltà di colpa, supera in effetti i confini dell’età greca arcaica e si prolunga fino ai nostri giorni. Due aspetti degli effetti censori che sono proiettati dal contesto sociale: voglio sottolineare da un lato la sfera sessuale e la violazione dell’amore illecito; dall’altro l’ambito culturale nelle sue forme propriamente artistiche e intellettuali, che sfidano la cultura dominante e ad essa non si allineano.

Il meccanismo di censura sociale in tutte le letterature e in tutti i tempi si esercita innanzitutto, con maggior evidenza, in riferimento alla sfera sessuale. Il romanzo dell’Ottocento, soprattutto, in quanto figlio dell’età romantica con la sua forte ventata di libertà e ribellione, analizza in modo spietato lo sguardo moralistico che si appunta, spesso con ferocia, su chi è colpevole di comportamenti ritenuti moralmente illeciti o anche su chi è vittima di sospetti che macchiano la rispettabilità sociale. Uno degli esempi più significativi – un classico della letteratura americana – è La lettera scarlattadi Nathaniel Hawthorne, che restituisce una delle testimonianze più incisive del conflitto tra sensi di colpa e di vergogna che regola i comportamenti di una piccola comunità puritana nel XVII secolo. La protagonista della vicenda, Hester Prynne, colpevole di adulterio durante l’assenza del marito creduto morto, è la vittima del ferreo moralismo di quell’America puritana delle origini che tanto condizionerà il costume, la mentalità e la cultura successiva. Il romanzo, ambientato nella comunità di Salem nel Massachusetts, ruota interamente sul binomio vergogna e conseguente senso di colpa che distrugge la vita dei protagonisti. Il simbolo concreto, visibile a tutti, di questo tormento è la A di Adultera che Hester deve perennemente portare ricamata sul petto, dopo essere stata esposta alla gogna. L’uomo che l’ha amata, il reverendo Dimmesdale, pur ossessionato dal peso del peccato commesso, è incapace di proclamare la sua colpa in pubblico: quando lo farà, costretto dal marito di Hester, ricomparso, muore di vergogna. Anche a livello europeo sono molti gli esempi che si possono citare a conferma del fatto che nell’adulterio è individuato il bersaglio privilegiato della disapprovazione e sanzione sociale. Tra i più rilevanti, forse, si possono citare Madame Bovary di Gustave Flaubert e Anna Karenina di Lev Tolstoj. Mentre l’ambientazione della Lettera scarlatta di Hawthorne è una piccola comunità con le sue regole ataviche e le sue tradizioni religiose inappellabili, ma anche l’ambiente inesplorato, feroce e selvaggio all’esterno, simbolo di una libertà da conquistare con fatica, in Madame Bovary invece il luogo della disapprovazione sociale è la provincia francese, altrettanto inflessibile nel predestinare le scelte delle donne, anche se meno oppressa dalla religione. Più che per la volontà di censurare e purgare le colpe con riti esemplari, come la gogna e la lettera scarlatta, la provincia francese si caratterizza per il pettegolezzo, la frivolezza e la vanità dei rapporti umani. Al morboso senso del peccato si sostituisce il desiderio di evasione, la volontà forzata di cambiamento, la tensione verso la passione fine a se stessa, come stimolo a superare l’insoddisfazione per una realtà e un destino non scelti. Il giudizio degli altri, quindi, rimane sullo sfondo: i protagonisti, Emma e suo marito Charles, riescono a ignorarlo. Il senso della vergogna, dunque, non diventa drammaticamente protagonista come nell’opera di Hawthorne. Ma anche il dramma di Anna Karenina è istruttivo in tal senso: il sentimento travolgente, che per amore spinge Anna a rinunciare addirittura al figlio, non è compreso dal marito Aleksej, rigido custode di una morale che non ammette deroghe. Nessuno spazio resterà alla sventurata Anna, che chiuderà drammaticamente la sua tormentata e infelice esistenza con il suicidio. La figura dell’adultera s’impone anche nel romanzo italiano di fine Ottocento, che restituisce ritratti di donna talvolta legati agli stereotipi del verismo o agli schemi del romanzo d’appendice, talvolta caratterizzati da maggiore profondità e spessore psicologico. Solo per citare i romanzi più significativi in tal senso, ricordiamo Una peccatrice e Tigre reale di Verga, l’Innocente di D’Annunzio. Il motivo dell’adulterio, con la conseguente sanzione sociale e familiare che pesa sulla donna, viene paradossalmente rovesciato nel romanzo di PirandelloL’esclusa, ancora legato agli schemi del naturalismo sia nell’argomento che nell’impianto narrativo. Il fatto che diventa molla della vicenda, ovvero l’adulterio, non è stato in realtà compiuto da Marta Ajala, nonostante le apparenze che l’accusano (le lettere dello spasimante scoperte dal marito). Il paradosso della vicenda consiste nel fatto che la protagonista è cacciata dal marito quando è innocente, ma poi di nuovo accolta, prima sul posto di lavoro, poi in famiglia, proprio quando si è realmente concessa alla relazione adulterina con il suo amante, l’Alvignani. Ai meccanismi del determinismo, alla rigida consequenzialità tra cause ed effetti del romanzo naturalista e della filosofia positivista, si sostituisce con esiti imprevedibili il gioco del caso, che si fa beffe non solo delle regole sociali, ma soprattutto dello sguardo giudicatore dell’ipocrita comunità siciliana. Una delle punte estreme nella direzione che qui stiamo esaminando, quella degli amori proibiti, comprende in particolare la violazione del voto di castità degli ordini religiosi, trasgressione massima e abnorme nell’ambito di società impregnate di cultura cattolica. In Italia, nei racconti e nei romanzi della fine dell’Ottocento il motivo si fa strada specialmente nelle pagine degli esponenti della Scapigliatura. Il tono di rado è morboso, come accade nel racconto di Camillo Boito Vade retro Satana, dove un sacerdote perde la testa per un’avvenente donna già sposata. Più spesso, invece, si assiste ad abbandoni innocenti, naturali e puliti: si pensi a La madre di Grazia Deledda, che implicitamente rappresentano una condanna del moralismo bacchettone vigente. Proprio quest’ultimo romanzo, La madre, è istruttivo: un sacerdote vive una relazione amorosa con una donna, piegato da un umanissimo e profondo sentimento, non per un’avventura legata alla passione dei sensi; ma quando, afflitto dal senso di colpa, decide di purificarsi e preannuncia alla madre la sua intenzione di autodenunciarsi durante la messa di fronte ai suoi parrocchiani, porta la situazione alla catastrofe. La madre, infatti, dopo aver inutilmente tentato di dissuaderlo per evitare l’umiliazione sociale, partecipa alla messa nelle ultime file, nascosta e sconvolta, per il timore che la vergogna di tutto ciò ricada su lei e sul figlio: l’attesa della rivelazione da parte del figlio, che poi invece non avrà luogo, le provocherà uno stress così intenso da portarla alla morte.

Un’altra forma d’inquisizione censoria si esercita nei confronti dell’intellettuale, ovvero di colui che, forte del suo dominio culturale, non si allinea alle posizioni di regime o alla mentalità vigente. Se nell’Ottocento il ribelle culturale è di solito l’artista, secondo gli stereotipi di movimenti quali la Bohéme in Francia e la Scapigliatura in Italia, nel Novecento è l’intellettuale militante che si pone in aperta o, più raramente, velata opposizione alla società e al regime politico del suo tempo. Il disagio e le tensioni dell’intellettuale sono spesso colte e rappresentate dialetticamente nel rapporto con la comunità in cui vive. Tra le opere più significative possiamo ricordare Il carcere di Pavese, del 1938-39, trasposizione autobiografica della vicenda dello scrittore condannato al confino a Brancaleone Calabro per attività antifascista. Il carcere cui allude il titolo non è tanto quello fisico cui è costretto il confinato, ma quello interiore, che isola Stefano, il protagonista, dalla vita del paese, dai suoi riti e dalle sue pulsioni. Il romanzo si costruisce su tutta una serie di contatti che i paesani, ed alcune donne in particolare, cercano di attivare con il protagonista, senza tuttavia riuscire a spezzare il suo isolamento interiore. Elena, la selvatica Concia, Giannino, i giovanotti oziosi dell’osteria, la guardia di finanza, il maresciallo sono tutte presenze che osservano e commentano la vita dello “straniero del Nord”, scandita dalla ripetizione di gesti quotidiani (le veglie, i bagni, le passeggiate), senza arrivare a un contatto autentico e profondo con lui. Prosecuzione ideale della vicenda di Stefano è l’esperienza di Corrado, protagonista de La casa in collina, professore torinese sfollato, durante la guerra, in una villa in collina. Se l’alibi della mancanza di libertà condiziona il comportamento di Stefano ne Il carcere, invece ne La casa in Collina Corrado impone su di sé una spietata e lucida autoanalisi, sottraendosi a qualsiasi scusa di comodo. Corrado rifiuta il coinvolgimento alla vita sociale e la partecipazione alla resistenza offertagli da personaggi come Cate, la sua ex amante. Come ne Il carcere, il romanzo di Carlo LeviCristo si è fermato ad Eboli, narra l’incontro tra l’intellettuale del Nord e la comunità di contadini e pastori del Meridione d’Italia. A differenza del romanzo di Pavese, però, in Levi avviene l’incontro, quasi osmotico, tra il protagonista (condannato anch’egli al confino per antifascismo) e il mondo arcaico, immobile di Gagliano , Agliano in realtà, nell’arretrata Lucania. Il protagonista, lo stesso Levi, dapprima con stupore poi con partecipazione, scopre questa realtà posta ai confini della storia, una civiltà primigenia, in cui si mischiano pulsioni feroci e un’umanità delicatissima. L’integrazione del confinato nel paese avviene per iniziativa della comunità, che da tempo scruta, indaga e commenta le abitudini dello straniero. Levi viene infatti supplicato di visitare un malato, benché da anni non eserciti più la professione di medico. Ai suoi occhi si apre a questo punto la miseria e la desolazione del paese vittima dei soprusi e dell’indifferenza del regime fascista come di tutti i governi che si sono avvicendati nel Sud, ma al tempo stesso l’autore, affascinato, partecipa di una realtà magica e superstiziosa, così lontana dalla sua impostazione razionale.

Se nell’arte e nelle letterature precedenti prevale la figura dell’emarginato che rimane travolto dalla pressione del giudizio sociale, a partire dalla metà del Novecento si impone invece un nuovo tipo di eroe, il giovane che rifiuta, in modo netto e senza compromessi o mediazioni di alcun tipo, i valori correnti della società e i pregiudizi imposti spesso con ipocrisia. Il conflitto tra singolo e collettività diventa una sorta di lotta titanica, senza quartiere: nasce così la letteratura della beat generation, che ha avuto tra i suoi testi esemplari il poemetto Howl (Urlo) di Allen Ginsberg (1955) e il romanzo Sulla strada di Kerouac (1957). Tra le pellicole cinematografiche di maggior successo va ricordata Gioventù bruciata, interpretato da James Dean, l’incarnazione, l’icona dell’eroe ribelle e trasgressivo. Negli anni del boom economico e della crescita industriale dell’Occidente, la dura e spesso violenta critica dei giovani si indirizza contro l’incapacità della società a produrre valori che soddisfino l’interiorità dell’individuo e prende come bersaglio l’ipocrita morale censoria nei confronti delle istanze libertarie dell’individuo. La provincia americana, con il suo vuoto conformismo e il suo sguardo accusatorio nei confronti della purezza istintiva dei giovani, è il bersaglio privilegiato della contestazione degli scrittori di questa generazione, che incontrerà grande successo nei decenni seguenti e condizionerà profondamente anche i movimenti giovanili hippy negli anni ’60 e la protesta studentesca del ’68. Nella musica e nella letteratura anche italiana sono filtrati negli ultimi decenni i motivi della protesta e della ribellione alle convenzioni sociali della beat generation e della cultura hippy. Tra gli scrittori italiani più recenti che hanno portato al successo letterario il disagio delle nuove generazioni e la loro contestazione – anche se non in chiave politica, ma individualistica – spicca Enrico Brizzicon Jack Frusciante è uscito dal gruppo, del 1994, un romanzo che è stato interpretato come una sorta di Giovane Holdenitaliano. Come recita il titolo, il protagonista, Alex, per recuperare la sua interiorità e il valore della sua esistenza, deve scegliere se integrarsi nel gruppo (la famiglia? la scuola? gli amici alternativi?) o se uscirne definitivamente, seguendo l’esempio del chitarrista del gruppo rock Red Hot Chili Peppers, Jack Frusciante, che per coerenza ai suoi ideali ha abbandonato la band nel momento della popolarità e ha rinunciato al successo. Il romanzo è una dura requisitoria non solo contro le spinte all’omologazione attuata dalla scuola e dalla famiglia nei confronti di ragazzi e adolescenti, ma in generale contro il mondo degli adulti, incapaci di comunicare e di volgere lo sguardo sui loro figli, perché stupidamente sedotti dalle vanità della vita (i soldi, il potere) o, peggio, fagocitati dalla televisione costantemente accesa. La sensazione generale che ne deriva è una sorta di profondo turbamento, di disorientamento, di confusione, desiderio di fuga e di blocco dell'azione.

 

 

 

 

REAZIONI E VITA

 

Una caratteristica specifica della vergogna è il suo carattere instabile e aleatorio che la rende talvolta più difficile da cogliere e riconoscere rispetto ad altre emozioni: è un'emozione episodica, in cui non si resta a lungo, che tende piuttosto a trasformarsi in altre emozioni simili (rabbia, colpa, invidia, ansia). Funziona prevalentemente per eccessi del tipo tutto o nulla e tende a coinvolgere globalmente il sé. Inoltre presenta un carattere di contagio e di transitività: si prova vergogna per essersi vergognati, si prova imbarazzo di fronte all'improvviso vergognarsi di qualcuno. Queste caratteristiche rendono difficile l'ascolto della vergogna e quindi la sua reale e profonda accoglienza, sia da parte di chi la sperimenta e sia da parte di chi ascolta. Il momento della vergogna sembra assai difficile da accogliere ed accettare: si tende più facilmente a fuggirlo. Esiste poi uno specifico carattere corporeo della vergogna: spesso il corpo viene particolarmente chiamato in causa da questa emozione e ne diventa il supporto espressivo. Il sé difettoso si incarna per così dire nel corpo che si trasforma nell'oggetto vergognoso da nascondere: la mimica della vergogna lo esprime bene con i gesti di ripiegamento su se stessi, l'abbassare gli occhi, coprirsi la bocca o altre parti del corpo. Vergognarsi del proprio corpo, della sua forma, della sua goffaggine o rigidità di movimento è un modo piuttosto immediato attraverso cui si esprime la vergogna di sé, la non accettazione, l'autogiudizio e l'autocondanna. L'intensità del vissuto di vergogna è variabile: quando è sentita come insopportabile la vergogna viene nascosta o più spesso camuffata in rabbia, odio, invidia o depressione, apatia, ritiro. Si tratta di un sentimento che riguarda contemporaneamente, la sfera della massima intimità dell'individuo e della sua interiorità, il senso di sé e le sofferenze e i disagi ad esso connesse, la dimensione relazionale e sociale in quanto concerne i vissuti relativi al sentirsi visti dall'altro. Il sentimento della vergogna è strettamente legato all'immagine di sé ovvero è connesso non tanto a ciò che si fa o si è fatto (il che rimanda di più alla colpa), quanto a ciò che si è. Possiamo provare a tracciare a grandi linee la distinzione tra colpa e vergogna.
La colpa appartiene più al registro della trasgressione, mentre la vergogna a quello dello scacco, del non essere all'altezza. La colpa è un sentimento di autocondanna rispetto ad un'azione specifica (che non si doveva compiere e si è compiuta o viceversa); il rimedio è connesso alla confessione (aspetto catartico), alla ricerca di perdono (riconciliazione) e, quando è possibile, alla riparazione. La vergogna è invece un senso di avversione e di condanna verso il proprio sé, è quindi più diffuso e generalizzato, si estende in genere all'intero sé percepito come deficitario, imperfetto, inadeguato, con qualcosa che non va. La reazione è il nascondimento, la tendenza all'occultamento di sé. L'antidoto all'esperienza di vergogna mette in ballo la sfera narcisistica del rapporto con se stessi: richiede un difficile lavoro di accettazione del sé difettoso da parte di se stessi e quindi degli altri. La vergogna è quindi più difficile da affrontare della colpa, presenta meno possibilità di risoluzione e fa sentire più impotenti. La vergogna quindi ha a che fare particolarmente con l'identità, con l'immagine di sé, con quegli aspetti difettosi di se stessi in cui è riposta, consciamente o inconsciamente, la propria identità.
Questo svelamento della propria identità, e nel caso della vergogna è uno svelamento doloroso, di ciò che si sente di essere, avviene inevitabilmente in contesto relazionale: passa cioè attraverso lo sguardo dell'altro. Quindi mi vedo e mi vedo in quel determinato modo, che suscita in me un sentimento preciso, guardandomi attraverso l'occhio altrui, cioè mi vedo per come mi sento visto, e viceversa continuo a sentirmi visto per come mi vedo, come in un gioco di specchi.  Il sentimento di vergogna coincide quindi con il fissarsi in me di un'immagine di me stesso inadeguata, sgradevole e soprattutto inaccettabile, immagine con cui, in proporzioni più o meno intense, tendo ripetutamente ad identificarmi. In primo piano, per quanto riguarda dunque il sentimento della vergogna, è il senso della vista: l'essere visti, il provare disagio per come ci si sente visti (da sé e dagli altri) e quindi il volersi nascondere alla vista e, in ultima analisi, il non voler a propria volta vedere. Una distanza troppo grande e soprattutto l'inflessibilità di modelli troppo alti del sé generano vergogna, che può sfociare in violenta rabbia e senso di impotenza invalidante. Sul piano interpersonale la vergogna è spesso associata ad un atteggiamento di sottile competizione, in cui mi percepisco irrimediabilmente perdente, in cui l'altro, generalmente un altro significativo diventa luogo di proiezione dei vari aspetti del mio sé ideale, diviene rappresentante di Tutti gli Altri, (più belli, più sani, più adeguati, più capaci,…. più "normali" insomma) rappresentante di una norma sociale da cui mi sento dolorosamente esclusa. In questo senso la vergogna si associa facilmente all'invidia ed alla rabbia ad essa connessa.  Accade che ci si vergogni di se stessi (del proprio essere troppo passivi, incapaci o comunque difettosi rispetto a qualcun altro), tale vergogna produce un ritiro in se stessi, ma anche risentimento, invidia e rabbia vendicativa verso l'altro contro cui ci si scaglia, almeno mentalmente. Questa aggressione genera colpa, ulteriore ritiro nella passività e quindi aumento di vergogna, per cui il ciclo alimenta se stesso. Interessante è l'interpretazione filosofica che J.P. Sartre dà della vergogna. Egli riconduce la vergogna al puro e semplice fatto di essere esposti allo sguardo dell'altro, cosa che, rendendoci oggetto di osservazione da parte di un soggetto altro, ci deruba della nostra soggettività, per ridurci ad oggetto del suo spettacolo. "La vergogna - scrive Sartre - non è il sentimento di essere questo o quell'oggetto criticabile; ma in generale di essere un oggetto, cioè di riconoscermi in quell'essere degradato, dipendente e cristallizzato che io sono per gli altri. La vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che abbia commesso questo o quell'errore, ma semplicemente del fatto che sono caduto nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno della mediazione d'altri per essere ciò che sono.  Il pudore e, in particolare, il timore di essere sorpreso in stato di nudità non sono che specificazioni simboliche della vergogna originale: il corpo simbolizza qui la nostra oggettività senza difesa. Vestirsi significa dissimulare la propria oggettività, reclamare il diritto di vedere senza essere visto, cioè di essere puro soggetto. Per questo il simbolo biologico della caduta, dopo il peccato originale, è il fatto che Adamo ed Eva capiscono di essere nudi”,
(l'essere e il nulla). Riflettere sulla vergogna presente nelle relazioni, induce a riflettere sul tipo di relazione in atto, di qualunque relazione si tratti. Può indurre, per esempio, ciascuno a domandarsi qual è il proprio modo di guardare l'altro: quanto ciascuno tende a percepire l'altro come oggetto del proprio sguardo (e niente altro), quanto invece riesce a percepirlo come, altro da sé, e in quanto tale, almeno in parte misterioso, ineffabile, sconosciuto. Quanto riusciamo a renderci conto che l'altro è sì oggetto del nostro sguardo, ma contemporaneamente anche soggetto di uno sguardo che a sua volta si posa su di noi e che di noi si fa un'immagine propria; "altro" quindi come luogo di iniziativa autonoma di un sentire e di un pensare analogo sebbene diverso dal nostro. Ci sono identità socialmente considerate deplorevoli (razza, orientamento sessuale, classe sociale, cultura di origine, etnia di appartenenza….) all'interno delle quali il sentimento di vergogna può essere più o meno forte, più o meno esplicito: può addirittura nascondersi dietro evidenti dichiarazioni di orgoglio.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA - FILMOGRAFIA

    • Vergogna e immagine di Sè - Agnese Galotti
    • La Punizione nell’antica - Grecia, Maria Cristina Giussani
    • LO SGUARDO DEGLI ALTRI il controllo e la censura della società - Andrea Barabino
    • L’Odissea - Omero
    • Il Principe - Macchiavelli
    • La Nausea - J.P. Sartre
    • Eneide. Testo originale a fronte - Publio Virgilio Marone 
    • 101 modi per allenare l'autostima - Luca Stanchieri
    • Sulla Strada - Kerouac
    • Fermo e Lucia - Alessandro Manzoni
    • La Lettera Scarlatta - Nathaniel Hawthorne
    • Anna Karenina - Lev Tolstoj
    • Madame Bovary - Gustav Flaubert
    • Una Peccatrice - Giovanni Verga
    • Tigre Reale - Giovanni Verga
    • Innocente - Gabriele D’Annunzio
    • L’esclusa - Pirandello
    • Vade retro satana - Camillo Boito
    • La Madre - Grazia Deledda
    • Il Carcere - Cesare Pavese
    • Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi
    • Howl - Allen Ginsberg
    • Jack Frusciant - Brizzi
    • Gioventù Bruciata - Nicholas Ray
    • Palombella Rossa - Nanni Moretti
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